Da studentessa italiana a studentessa europea: Il rito di passaggio

Da studentessa italiana a studentessa europea: Il rito di passaggio

COSA SONO I RITI DI PASSAGGIO? E PERCHE’ INTERESSANO TANTO UNO STUDENTE ERASMUS?
Questo articolo è tratto da un capitolo della mia tesi di laurea.

L’erasmus non è altro che una delle tappe (o fasi) presenti nel percorso di vita di un individuo che viene selezionato tra centinaia di studenti per partire per il programma di mobilità, possiamo dunque definirlo come un rito di passaggio.
I riti di passaggio permettono di legare un invididuo ad un determinato gruppo, ma anche di strutturare la vita seguendo delle tappe precise. Essi dunque hanno un ruolo molto importante per l’individuo, perché fanno sì che in un certo qual modo l’individuo schematizzi la sua temporaneità.
Questo tipo di rituale è stato a fondo studiato ed analizzato dall’etnologo Arnold Van Gennep.
Tipici esempi di eventi che caratterizzano il ciclo di vita di un individuo sono la nascita,l’iniziazione (o raggiungimento dell’età adulta) il fidanzamento, il matrimonio e la morte.
L’Erasmus possiamo collocarlo giusto prima dell’entrata dello studente erasmus all’età adulta, dato che per la maggior parte di loro la fine del periodo di mobilità significa pensare a laurearsi e trovare il proprio posto nel mondo, e ciò implica che il periodo di spensieratezza è finito.
Le fasi del rito di passaggio che più interessano lo studente erasmus sono quelli che Van Gennep definisce: riti di sepazione (fase pre-liminale), riti di margine (fase liminale) e riti di aggregazione (fase post-liminale) analizziamoli uno per uno.
Il rito di separazione per uno studente erasmus è quando abbandona momentaneamente la sua vita di sempre, le sue abitudini,e tutti i personaggi che facevano parte della sua quotidianità, salutarli e darsi appuntamento alla fine dell’avventura, e nonostante il fatto che lui sappia che non sta andando in guerra, ma a vivere un’esperienza unica,all’inizio il distacco può rivelarsi davvero duro.
Anche l’università “si libera di te” , cedendoti completamente per undici mesi all’università ospitante, attraverso il learning agreement e l’application form.
Si tratta dunque della separazione dal mondo comune e aggregazione al mondo sacro, territorio vergine, in quanto ancora inesplorato.
Una volta arrivati a destinazione la prima cosa da fare è recarsi alla oficina de movilidad, ed è da quel momento che il rito di separazione si chiude, e incomincia la transizione, o periodo di margine.
Vivi un anno sfruttandolo al massimo, ti senti vivo più che mai, tutto è nuovo intorno a te e hai solo voglia di tuffarti a capofitto in nuove avventure, e cominciare quell’esperienza cosiddetta “sacra”.
Un individuo che vive a casa sua, nel suo clan, vive nella dimensione profana; vive invece nel sacro da quando se ne va e si trova, come uno straniero, in prossimità di un luogo abitato da sconosciuti.
L’erasmus porta l’individuo verso l’età adulta, così come il fidanzamento porta al matrimonio.
Dopo undici mesi tocca tornare di nuovo il quella famosa oficina de movilidad, stavolta con la morte nel cuore, e fare il procedimento inverso, svincolarsi dall’università ospitante e tornare alle origini, dando inizio al rito di reintegrazione.
Van Gennep per indicare il passaggio di aggregazione o reintegrazione, fa riferimento al matrimonio,il che non è del tutto sbagliato nel caso dello studente erasmus, perché il matrimonio comporta riti di fecondazione: nel caso di un erasmus parliamo della fecondazione “del se stesso adulto” ; ma paradossalmente lo si può paragonare oltre che ad un matrimonio, anche ad un funerale, non perché muore lo studente erasmus che c’è in te (perché quello non muore mai) ma perché è la despedida ad essere in un certo qual modo il funerale.
Si dice che quando qualcuno muore rivede la sua vita in una successione di fotogrammi, ed è esattamente quello che succede a uno studente erasmus medio una volta seduto sul pullman che porta all’aereoporto. Ultimi saluti, ultimi abbracci, ultimo sguardo alla città.
Con la chiusura delle porte dell’aereo poi, si chiude definivamente il periodo di margine.
Una volta tornato a casa tutto cambia, quello cambiato sei tu, passi da fare una vita sballata a vivere una vita “normale”. Per la maggior parte degli studenti tornare dall’erasmus significa doversi laureare e iniziare a pensare al futuro, ed è lì che ti rendi conto che il periodo di spensieratezza è finito.
Se vivere la separazione dal mondo comune era stato difficile, viverla ancora una volta per ritornare al “profano” , sapendo quindi cosa ti aspetta dall’altra parte, è scioccante e doloroso, esattamente come un funerale appunto.
Analizziamo questo aspetto: lasciare la vita che si è considerata “propria” per un intero anno non è l’unica cosa che “traumatizza” lo studente erasmus, ci sono anche altri aspetti da valutare; durante il periodo di mobilità, si vive in un paese straniero, dove quindi si viene considerati stranieri, ma lo studente erasmus è un tipo particolare di straniero perché non è lì in vacanza, però verrà comunque trattato con la cortesia che si riserva agli ospiti di passaggio.
Allo straniero viene sovente data una “casa comune” come alloggiamento […]. Lo straniero si trova per ciò stesso aggregato non certo alla società generale, ma alla società speciale che corrisponde maggiormente al suo carattere di uomo attivo e potente. Questa ospitalità conferisce allo straniero un certo numero di diritti militari, sessuali, politici.
Questo status di straniero-non straniero giova allo studente erasmus, a tal punto che il sentirsi “normale” una volta tornato a casa gli sta scomodo, non ci era più abituato a sentirsi come un comune mortale, perché lui era un erasmus, era speciale, era come se si trovasse in una sorta di limbo socioculturale.
Victor Turner (1920-1983) ,antropologo britannico, continua l’analisi dei riti di passaggio intrapresa in precedenza da Van Gennep, concentrandosi particolarmente sul periodo di margine, il limen (dal latino “soglia”)
Per quanto riguarda lo studente erasmus ci ritroviamo nell’analisi che Turner fa sul suddetto periodo perché lo studente in mobilità in quanto straniero, conserverà questa estraneità nei confronti del resto della società, poiché egli è privo di identità individuale ma riconoscibile grazie al gruppo al quale appartiene. Ora è nel periodo di transizione, detto anche liminale e i soggetti in questione si trovano in una condizione ambigua. Occupano uno spazio intermedio, vivono nella terra di nessuno, sono tutto e non sono niente, “sono semplice materia sulla quale la società imprime una forma”. In questo periodo essi possono cambiare completamente la propria personalità, e riformare il proprio carattere, e questo spesso succede involontariamente.
Turner nella sua opera “Dal rito al teatro” introduce il concetto di “liminoide” comparandolo al “liminale”.
il secondo invece è una faccenda seria, possiamo catalogarlo tra i fenomeni che inducono all’interruzione naturale del flusso dei processi naturali e sociali, sono una specie di necessità socioculturale, “il liminale diventa la condizione di accesso al regno del liminoide.” Analizziamoli uno per uno:
Il rito liminoide arriva con la rivoluzione industriale, e diventa il genere di intrattenimento della suddetta: teatro, sport, letteratura, la cui partecipazione è volontaria, e volontaria è anche l’interpretazione che gli si dà. Ed è proprio la volontarietà che lo distingue dal liminale.
Infatti per quanto riguarda il rito liminale, esso è obbligatorio, intriso di dovere. È una faccenda seria, possiamo catalogarlo tra i fenomeni che inducono all’interruzione naturale del flusso dei processi naturali e sociali, sono una specie di necessità socioculturale, “il liminale diventa la condizione di accesso al regno del liminoide.”
Turner ci dice che “nella liminalità è racchiuso il germe del liminoide” ma mi chiedo se al giorno d’oggi si possa ancora fare una distinzione tra lavoro e svago, dato che non esistono più evidenti confini tra essi, ormai tutto è “spettacolarizzato”, e quelle che Turner definisce forme di intrattenimento oggi non sono più confinate solo al tempo libero, tutto è diventato un carnevale, le gerarchie non esistono più, ognuno interpreta il ruolo che gli pare.
Nel corso della vita ognuno di noi impersonifica dei ruoli ed ognuno occupa uno status sociale.
La vita sociale è di per sé un processo e in quanto tale presenta anche situazioni di conflitto, che Turner definisce come dramma sociale.
Il termine dramma sociale è estremamente connesso con il significato di “atto sociale”. Il dramma svolge un processo di infrazione in una situazione conflittuale di principi e norme, in cui si affronta una crisi. Senza ombra di dubbio il dramma sociale che avviene presso uno studente erasmus è quando arriva l’ora di tornare a casa. “Un dramma sociale ha inizio quando l’andamento pacifico della vita sociale regolare è interrotto dalla rottura di una regola […] ciò conduce rapidamente o lentamente, a uno stato di crisi.”
Turner definisce i drammi sociali “come unità di processo sociale anarmonico o disarmonio che nascono in situazioni di conflitto.” Egli ne definisce quattro fasi principali, elenchiamole una ad una spiegandone le caratteristiche attraverso l’esempio pratico dello studente erasmus:
1) Rottura dei normali rapporti sociali.
Lo studente erasmus durante la mobilità tiene certamente i rapporti con le persone che facevano parte della “vecchia” vita, ma in modo diverso rispetto a prima. Egli avendo conosciuto nuove persone le quali fanno parte della quotidianità della “nuova vita”, e quindi condividendo determinati momenti con i suddetti,seppur involontariamente tende a condivide più pensieri ed emozioni con essi, causando così una lieve rottura nei rapporti con i “vecchi” amici, generando una vera e propria crisi esistenziale, durante la quale ti chiedi a questo punto quale sia la tua vera vita tra quella di prima e quella attuale.
2) La crisi durante la quale la rottura tende ad allargarsi.
Ogni crisi pubblica ha ciò che io adesso chiamo liminali, poiché è una soglia (limen) tra fasi più o meno stabili del processo sociale, anche se generalmente non è un limen sacro, circondato e protetto da tabù e tenuto lontano dai centri della vita pubblica. Al contrario, manifesta le sue potenziali minacce nel foro stesso e sfida, per così dire, i rappresentanti dell’ordine ad affrontarlo.
Una volta tornato a casa lo studente erasmus passa un periodo davvero difficile, dovuto alla separazione forzata dalla famigerata vita erasmus e dalle persone che ne facevano parte.
Durante questo periodo gli amici di una vita li si guarda in modo diverso rispetto a prima della partenza. Tu hai vissuto un anno all’estero e hai conosciuto centinaia di persone, e loro invece sono rimasti esattamente identici, stessa vita, stesso lavoro, stesse abitudini. Trovi che siano noiosi e banali, magari solo perché non parlano una parola di spagnolo o di inglese. Ma in realtà non sono loro ad avere qualcosa che non va, ma sei tu quello cambiato, perché fino ad un anno prima eri esattamente come loro, e condividevate gli stessi interessi.
È qui che inizia la depressione post-erasmus di cui parleremo più avanti.
Milano, 30 luglio 2014
“Sono già passati quattro giorni da quando son tornata. Una volta arrivata a destinazione, le lacrime erano finite, più che altro dovevo cercare di smetterla di piangere dato che i miei più cari amici mi erano venuti a prendere in aeroporto ansiosi di rivedermi, mentre io avrei solo voluto riprendere l’aereo e tornarmene a casa. Abbracci, sorrisi, risate, tutte cose che quella sera ho dovuto fingere; ero triste, depressa, arrabbiata,e allo stesso tempo ero invasa dal senso di colpa, ero lì con i miei amici di sempre, quegli amici che mi erano tanto mancati, e non me ne importava un bell’accidenti di niente. Ero sotto shock e una volta entrati nella discoteca che un tempo era la mia preferita, mi sentivo come soffocare. Sentivo le voci dei miei amici dell’Erasmus, vedevo i loro volti sui corpi di altre persone, è stato un incubo.”
3) Azione riparatrice.
Oggi, a quattro mesi dalla fine del mio Erasmus se ci penso con lucidità non vado fiera della prima pagina di diario che ho scritto appena sono ritornata a Milano da Alicante, ma in quel momento mi trovano sulla soglia tra la fine dell’Erasmus e la reintegrazione alla mia vecchia vita e non potevo fare nulla per evitare quello status, ma con calma poi si apprende che bisogna provvedere alla riparazione.
“Anche la riparazione ha le sue caratteristiche liminali, in quanto è ‘in mezzo e tra’ e, come tale, fornisce una ripetizione distanziata e critica degli eventi che hanno provocato e che costituiscono la crisi.”
Ma una volta superato “il lutto” lo studente erasmus cerca di reintegrarsi nella società, e cerca di farsi andare a genio tutte le situazioni e le persone che facevano parte della vecchia vita. Ma ci vuole tempo per la reintegrazione, è un processo lungo e non è affatto facile, a volte addirittura non avviene.
4) La fase finale
L’ultima fase “consiste o nella reintegrazione del gruppo sociale ribelle, o nel riconoscimento e nella legittimazione di uno scisma irreparabile fra le parti in contesa.”
Una volta passati un paio di mesi l’ormai ex studente erasmus o si reintegra definitivamente nella società o capisce che non ha più nulla in comune con la vita che svolgeva prima.
Nel primo caso, si riprende la vita di sempre e si guarda indietro con un sorriso, consapevole del fatto che l’Erasmus è stata una fase importante della propria vita, ma che in realtà non ha cambiato il proprio essere.
Nel secondo caso invece, l’ex studente erasmus si rende conto che l’Erasmus gli ha stravolto la vita, ragion per cui la reintegrazione alla società di prima non avviene. Si inizia a rivalutare la propria vita. Si è così diversi che non ci si riesce a tornare alla vecchia routine, perché sono cambiati gli obiettivi di vita, “i drammi sociali sospendono il normale e quotidiano esercizio dei ruoli, essi interrompono il flusso della vita sociale e costringono un gruppo a prendere coscienza del proprio comportamento in relazione ai propri valori […] il dramma induce e contiene dei processi di riflessione..”
Questa capacità di riflettere su stessi e sulla propria posizione rispetto al mondo va sotto il nome di riflessività: “un atto riflessivo implica un’azione dell’agente su sé stesso, indicando l’identità di soggetto e oggetto.”
Essere cambiato come persona significa anche che, come suggerisce Turner, sono cambiati anche i valori, e ciò induce alla conseguenza che non si ha più nulla in comune con i vecchi amici, e i momenti da poter condividere insieme si riducono a zero.
E così si deve reinventare da capo la propria vita, o il proprio teatro dato che “la vita quotidiana è una specie di teatro.”
Anche l’Erasmus è in certo qual modo una forma teatrale, ad esempio quando lo studente in mobilità prova a “mettersi nei panni di membri di altre culture.” Ed è proprio quando avviene ciò che nascono le communitas, di cui parlerò nel prossimo articolo.

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